Cittadinanza attiva e partecipazione: nascerà così il programma di Vinòva

Care amiche e cari amici, manca poco al debutto ufficiale anche per l’Associazione Vinòva tra le liste elettorali che sostengono il candidato sindaco Otello Dalla Rosa. Tra poche settimane avremo il piacere di presentare ufficialmente i nomi dei componenti, ma nel frattempo non ce ne stiamo di certo fermi. Da lunedì 9 aprile, infatti, proporremo una full immersion nella progettazione partecipata.

Che cosa significa? È presto detto: grazie all’aiuto di alcune nostre socie esperte di tecniche di partecipazione, ogni sera fino al 20 aprile, ci ritroveremo presso la nostra sede di Via Verdi a Vicenza per proporre idee sui diversi temi che affronteremo. Ogni sera un tema, ogni giorno un elemento del nostro programma che prenderà forma.

 


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Come? Anche questo è semplice: con l’aiuto di tutti.

Le serate sono infatti aperte al pubblico, esperti, interessati, curiosi. Ognuno potrà portare il proprio contributo e metterlo al servizio della città.

La cittadinanza attiva e la partecipazione sono stati da sempre i cardini su cui si è fondata la nostra associazione. Ora che ci prepariamo anche al supporto attivo del candidato sindaco Otello Dalla Rosa vogliamo con su quelle basi si poggi anche il nostro programma.

Ma non ci fermiamo qui, perché le proposte che usciranno da questo ciclo di serate saranno sottoposte anche all’attenzione della coalizione per farne il programma di tutti e il progetto della Vicenza del futuro.

Tanti sono i temi sul tavolo, dalla cultura all’ambiente, dal turismo alla viabilità, dalla sicurezza al sociale. A coordinare i partecipanti alle serate ci saranno Giulia Andreotti e Carla Spessato, componenti di Vinòva ed esperte di tecniche di progettazione partecipata.

Per una migliore gestione delle serate ti consigliamo di pre-iscriverti scrivendoci all’indirizzo di posta elettronica info@vinova.org oppure chiamandoci al +39 346 7819698.

Tutti i workshop si terranno nella sede di Vinòva, in Via Verdi 50 a Vicenza, dalle 20.30 alle 22.30 (tranne quello previsto per sabato 14/4 che si svolgerà dalle ore 15:30). Una volta iscritto ti inoltreremo anche qualche spunto di riflessione per arrivare ben preparato a ciascuna serata.

Questo il calendario:

9 aprile / Scuola: motore della “comunità”

10 aprile / Quartieri: progetti di ri-generazione ambientale e culturale

11 aprile / Spazio metropolitano e ruolo di Vicenza: oltre il capoluogo

12 aprile / Mobilità: dalle multe al dialogo sociale

13 aprile / Sicurezza e decoro: Vicenza città inclusiva

14 aprile / Grandi opere, cantieri aperti e progetti a lungo termine

16 aprile / Università e ricerca: centri di competenza

17 aprile / Burocrazia: dallo sportello alla consulenza personalizzata

18 aprile / Ambiente-Energia nell’era delle /Smart City/

19 aprile / Turismo e commercio

20 aprile / Welfare e servizi alla persona

Per tornare a contare in Europa abbiamo bisogno di nuove banche e di nuove istituzioni

Otello Dalla Rosa Banca Popolare Vicenzadi Otello Dalla Rosa

Avete seguito il dibattito sulla crisi delle banche iniziato sul Corriere della Sera e proseguito recentemente anche sulle pagine del nostro Giornale di Vicenza? Il vecchio gioco dello “scaricabarile” di responsabilità è diventato il centro di tutta la vicenda. Peccato però che manchino le spiegazioni sulle cause della crisi e che non si parli di un futuro migliore. È giusto voltare pagina, ma non troppo in fretta però e con il rischio di non aver capito bene cos’è successo. Giusto richiamare Banca Intesa Sanpaolo ad un ruolo attivo, ma integrandolo e proponendolo con una nuova visione della città e dell’economia.

Il problema non sono i nemici esterni ma il nostro progetto di sviluppo per Vicenza e per il Veneto. Il tracollo della Banca Popolare di Vicenza ci ha dimostrato che la chiusura “provinciale”, la fuga dalla competizione globale, il far finta di non vedere i dati e una certa presunzione di superiorità hanno portato ad una drammatica bancarotta e ad una grave perdita sia di credito che di reputazione.

Mi ha colpito molto che il dibattito sia stato lanciato con le sferzate di Ferruccio De Bortoli sul Corriere della Sera. Le sue parole hanno richiamato la classe dirigente del NordEst alle proprie responsabilità, partendo questa volta dagli imprenditori dimostratisi inadeguati come soci, come amministratori e come clienti. Nonostante ciò la discussione resta asfittica. Non ci consente di capire le ragioni del crollo e di valutare le possibili scelte da compiere d’ora in avanti.

Tre considerazioni sintetiche sulla vicenda dobbiamo farle.

La prima è che la crisi delle banche provinciali è una crisi di visione del mondo. Un drammatico errore di valutazione. Si continuano a erogare crediti, non solo agli amici degli amici, ma soprattutto a imprese senza merito. Si pensa che la crisi sia passeggera e non richieda una drastica selezione degli affidamenti. A quel punto cosa succede? Si pensa di risolvere la situazione con il trucco delle “baciate”, prestiti concessi ai clienti in cambio dell’acquisto di azioni della banca gonfiandone in modo artificiale il capitale.

Buona parte della classe dirigente del Nordest, non tutta per fortuna, è complice di un gruppo direzionale che ha sbagliato e rischia di replicare gli errori, oltre ogni ragionevole limite, mettendo a repentaglio i risparmi di centinaia di migliaia di persone. Il motivo? Manca una volontà di confrontarsi e misurarsi con il mondo esterno (dov’è finito il benchmarking finanziario?).

Infine, i ritardi negli interventi e gli errori di procedura nei soccorsi hanno aggravato una situazione già difficile di suo. Sono emerse carenze fatali nel sistema di “protezione civile” e gli unici veri “traditi” di tutta questa storia sono stati come sempre i risparmiatori. Il recente concetto di “Bail in” non è stato compreso dai funzionari delle banche popolari e dagli organi di stampa contro il quale dobbiamo batterci in Europa.

Oggi è urgente progettare un sistema istituzionale innovativo e meno provinciale di quello che abbiamo ereditato. All’altezza delle esigenze di una struttura produttiva che ha una necessità disperata di servizi amministrativi, bancari, finanziari e associativi migliori.

Un percorso sull’autonomia può diventare una preziosa opportunità per iniziare un processo “costituente”. Abbandoniamo l’idea di rianimare le province, residuato sabaudo, e guardiamo in faccia il nuovo Veneto, composto da una grande area metropolitana centrale e una fascia pedemontana a fortissima vocazione manifatturiera. Le riforme vanno concepite a servizio di questa realtà che ha una fisionomia completamente diversa da quella di 20 o 30 anni fa ed è bisognosa di cambiamenti.

Questi sono i temi per i quali dovremmo confrontarci. Cerchiamo di spostare il dibattito sulle vicende della Banca Popolare di Vicenza dalla ricerca di colpevoli, pure doverosa, a una nuova visione e ad un nuovo progetto. La magistratura deve accertare irregolarità e comportamenti dolosi da parte dei singoli che possono aver truccato i dati, i bilanci e le informazioni dovute agli azionisti e ai risparmiatori. Questo è sicuro. Ma il nostro impegno è quello di evitare che tali comportamenti legittimi, dal punto di vista formale, ma sbagliati dal punto di vista strategico, si ripetano. Ora dobbiamo obbligatoriamente costruire una strada nuova. Sono convinto che non possa esserci altra via che quella dell’integrazione, e dell’alleanza con altre città per costruire un’identità e una società veneta innovativa, metropolitana e migliore di quella che ci lasciamo alle spalle. Le banche del futuro ci dovranno garantire soprattutto “competenza” e un meccanismo di selezione dei dirigenti all’altezza delle nostre aspettative. Se nella situazione attuale Banca Intesa Sanpaolo si limitasse alle acquisizioni senza cambiare nulla, sarei davvero preoccupato. Per tornare a contare in Europa, abbiamo bisogno di nuove banche e di nuove istituzioni!

Rivoluzionare la mobilità: le tecnologie sono disponibili!

di Cristiano Spiller      Vbici 2icenza è una delle città italiane più inquinate d’Italia. Non è una notizia inattesa, lo sappiamo da anni. La posizione geografica che sfavorisce la circolazione dell’aria, l’elevato grado di industrializzazione ed urbanizzazione, l’utilizzo di impianti di riscaldamento e condizionamento inadeguati e di cui spesso si abusa, lo spropositato uso dell’auto per gli spostamenti urbani, sono tutti fattori che rendono la nostra città un luogo che non promuove il benessere e la salute dei cittadini.  In Italia ci sono più di 37 milioni di auto, in proporzione al numero di abitanti superiamo tutti gli altri paesi europei. Auto che per la maggior parte delle volte sono utilizzate per spostamenti urbani di piccolo raggio, con un solo passeggero a bordo e che mediamente per il 90% del tempo restano inutilizzate in parcheggi, garage o lungo le strade, a fronte di un loro costo medio annuo di 6.000 euro. Gli incidenti stradali causano quasi 3.000 morti e 250.000 feriti l’anno. Le morti premature per inquinamento sono stimate in 20.000 l’anno. L’incremento di malattie respiratorie ed allergie dovuto alla pessima qualità dell’aria, e che colpisce in particolare i più giovani, è in costante incremento. Quasi il 25% del suolo cementificato è occupato da strade, che ne fanno paradossalmente il “luogo pubblico” più presente e frequentato. Il nostro è insomma un paese autocentrico, costruito in funzione del cittadino automobilista.
Gli effetti disastrosi dei nostri comportamenti sono sotto gli occhi di tutti, ma a differenza di un tempo ora le tecnologie che ci permetterebbero di cambiare radicalmente il nostro sistema dei trasporti sono mature.
I motori elettrici adottati su auto e bici hanno tempi di ricarica sempre più ridotti ed autonomia sempre più estesa. Le bici elettriche permettono di estenderne l’utilizzo anche agli utenti non più giovani e di allungare le tratte percorribili; l’extra costo delle auto elettriche è recuperabile in pochi anni dato che una ricarica costa venticinque volte in meno di un pieno di carburante.
La condivisione dei mezzi, la cosiddetta sharing economy, è supportata da applicazioni sempre più diversificate, che ti fanno trovare quasi in tempo reale la soluzione ottimale per ogni esigenza.
Quel che ancora manca al nostro paese è una rivoluzione culturale, una decisa volontà politica e un’operazione di accompagnamento delle fasci di popolazione più deboli e meno pronte ad un cambiamento così repentino.
Le maggiori resistenze al cambiamento arrivano infatti dalla difficoltà ad accettare un nuovo modello di trasporto, completamente diverso a quello che per decenni ci hanno fatto intendere come l’unico possibile e che ha forgiato il nostro stile di vita. Il possesso di una o più auto di proprietà è ancora considerato uno status symbol mentre il condividere un bene con altre persone crea diffidenza se non ostilità; la possibilità di raggiungere qualsiasi destinazione in auto e a qualsiasi ora è tuttora una delle priorità a cui pochi rinuncerebbero. Eppure, in paesi anche più ricchi del nostro, queste scelte sono state fatte, condivise e perseguite con una determinazione tale da cambiare il volto di molte città.
La scelte politiche, nel passato troppo spesso influenzate dagli interessi di alcuni settori economici ed ancora restie ad abbandonare un sistema legato all’auto e alle fonti di energia fossili, dovrebbero ora orientarsi sul benessere dei cittadini e delle comunità, con buona pace delle case produttrici d’automobili il cui futuro segnato sarà quello, per chi ne sarà capace e avrà l’intelligenza ed il coraggio di cambiare, di trasformarsi da produttori e venditori di mezzi di trasporto a fornitori di servizi di mobilità.
L’entusiasmo e la foga non dovranno però farci dimenticare chi, soprattutto a causa dell’età, non sarà in grado di uniformarsi rapidamente a questa rivoluzione basata soprattutto su nuove tecnologie non sempre accessibili e comprensibili; ma se guardiamo agli esempi dei paesi nordici europei potremmo constatare come questa difficoltà sia superabile con mirate politiche di sostegno ed informazione.
Proviamo ad immaginare la nostra città con meno auto, meno stress da traffico, più sicurezza nell’attraversare la strada e nel girare in bici, meno inquinamento nell’aria, meno strade, meno parcheggi e più luoghi pubblici, più condivisione e scambio con le persone, meno multe, meno rumore, più esercizi commerciali di vicinato, più piazze.
Siamo davvero disposti a rinunciare a questo futuro per preservare le nostre abitudini? Siamo sicuri che per risolvere i nostri problemi di traffico siano necessarie ancora strade, parcheggi, distributori o non sia meglio invece iniziare ad investire da subito in questo progetto? Siamo sicuri che per avere un po’ di verde e di aria migliore sia necessario trasferirsi in periferia e non sia ormai giunto il momento di ricreare anche in città queste condizioni?
La politica ha il dovere di offrire questo futuro alla città, di prepararlo e coltivarlo, di renderlo immaginabile e non solo immaginario.

Smart city: comunità che scelgono di adottare tecnologie intelligenti per migliorare la propria vita

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Smart city: comunità che scelgono di adottare tecnologie intelligenti per migliorare la propria vita

Quello che avrei detto a Festambiente ….

di Otello Dalla Rosa

Abbiamo vissuto questi ultimi quaranta anni cullandoci nella visione di una sostenibilità “dolce”: prima lo sviluppo industriale e la crescita economica, poi gli equilibri sociali infine, residuale, il rispetto per l’ambiente. Abbiamo così valicato un limite: le future generazioni non avranno quello che noi abbiamo avuto, abbiamo rotto l’equilibrio tra il soddisfacimento delle nostre necessità attraverso l’utilizzo delle risorse naturali e quello delle generazioni future. Un limite superato e denunciato con forza anche dal Papa, nella sua enciclica “Laudato si’”. Oggi abbiamo bisogno di ripensare gli assi intorno a cui costruire le nostre comunità. Dopo la prima rivoluzione industriale e l’era delle grandi fabbriche, della società verticale divisa in classi, dopo i distretti a rete è oggi il tempo di un’economia circolare in cui il riuso, il riciclo e le filiere corte possono costituire una diversa e concreta chiave di sviluppo. Comunità che nascono intorno a nuovi modelli e stili in cui la condivisione diventa uno strumento della quotidianità, dal car sharing alla spesa collettiva, alla auto-produzione di energia. Comunità che stanno sperimentando cosa sia la resilienza, intesa in questo caso come la capacità di adattarsi e contrastare il superamento di alcuni stati limite del pianeta: riscaldamento globale, integrità della biosfera, in alcune aree del pianeta l’inquinamento dell’atmosfera sono parametri per i quali le soglie limite sono già state superate. Non è più questo il tempo dell’attesa: la resilienza naturale, cioè la capacità della natura di “ripararsi”, di ritornare ad essere quella di prima, non è più sostenibile in molti casi. Non è solo il riscaldamento globale ma tutto il sistema che ruota intorno ai combustibili fossili e alla loro naturale “fine” che deve indurci a ri-programmare il sistema. Queste comunità, questi “sperimentatori” stanno cercando di fare proprio questo: economia circolare, energia pulita, filiere corte, beni comuni, condivisione. Insieme valori e buone pratiche di un nuovo sviluppo. Ma perché non rimangano visioni e stili di pochi gruppi illuminati, dobbiamo lavorare perché queste buone pratiche diventino patrimonio comune. E lo scenario urbano, la grande area metropolitana del Veneto centrale, è una palestra fondamentale in cui provare ad applicare buone pratiche pubbliche. A partire da due settori: la mobilità e l’energia. Dobbiamo puntare con decisione a una fortissima conversione della mobilità tradizionale a una mobilità fondata sull’elettrico: dalla bicicletta, all’auto, al piccolo trasporto collettivo. La conversione all’elettrico porterebbe ad un significativo abbattimento delle polveri sottili e ad un miglioramento importante delle condizioni dell’aria dei nostri centri urbani. Ciclabilità diffusa, car sharing, piccoli mezzi elettrici, mobilità extraurbana sul sistema ferroviario metropolitano segnerebbero un punto di svolta fondamentale. Analogamente il passaggio da consumatori “folli” di energia a “prosumer” cioè produttori e consumatori di energia elettrica da fotovoltaico e altre fonti rinnovabili contribuirebbero in modo determinante alla riduzione dello sfruttamento dei combustibili fossili e alla sostenibilità reale del sistema. Oggi le tecnologie sono tutte disponibili. Da sistemi veramente efficienti di mobilità elettrica, sia per autonomia che per praticità e comodità, a sistemi per garantire l’accumulo, la gestione e la distribuzione di energia auto-prodotta: è tutto disponibile, sul mercato e a prezzi ragionevoli per cui il ritorno dell’investimento si misura in pochi anni. Oltre a ciò ci sono sistemi software e hardware che sanno gestire e indirizzare i flussi di traffico, così come altri che supportano le reti elettriche cittadine per garantirne la stabilità. Ci sono esempi nel mondo vicino e lontano da cui copiare: da Pisa a Bologna, a Barcellona o Rotterdam o le micro-comunità che stanno già sperimentando, in autonomia, questa “transizione”. Mancano solo le politiche pubbliche di programmazione, pianificazione e indirizzo per trasformare esempi straordinari in modelli collettivi, per fare diventare le nostre città vere smart city. Manca un passo per avviare una transizione collettiva verso un mondo migliore o quantomeno per lasciare ai nostri figli un pianeta non peggiore di come lo abbiamo trovato.

Ius Soli: una scelta di civiltà

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di Chiara Pavan

Ritengo che una legge sullo “Ius Soli”, ragionata e condivisa, sia una doverosa scelta di civiltà, di dignità e di lungimiranza e chi la teme o tergiversa farebbe buona cosa a fermarsi almeno a riflettere, prima di gridare allo scandalo e all’ ennesimo colpo di caldo del PD.

Uno Stato che invecchia e non dà l’ opportunità agli stranieri più giovani ma con una continuità scolastica, umana e culturale nel nostro Paese di diventare cittadini italiani , con tutti i diritti ma anche i doveri che questo comporta, manca di lungimiranza e non vuole rinnovarsi !

Questi ragazzi, che si sentono apolidi pur essendo nati qua e masticando spesso i nostri dialetti, se giustamente garantiti dalla cittadinanza, si sentiranno poi orgogliosamente Italiani, non saranno più “di passaggio”, ma perseguiranno sempre più lo scopo di integrarsi e partecipare attivamente e alla luce del sole alla vita sociale, economica e pubblica di uno Stato che li ha accolti ed istruiti. Saranno finalmente cittadini nella pienezza dei loro diritti nel paese che li visti nascere e accolti e certamente non percorreranno più con le loro famiglie un’ ulteriore via di emigrazione .

Matureranno consapevolezza , appartenenza e magari riconoscenza , tutte qualità di cui il nostro futuro necessita .

Certo occorrerà accompagnarli, chiedere impegno e formazione sui diritti e i doveri che la cittadinanza comporta, chiarendo con fermezza che è attraverso questi ultimi, una volta acquisiti per sempre, che saranno veramente cittadini italiani e pienamente motivati a costruire un futuro in questo paese.

La loro diversa cultura familiare d’ origine offrirà anche a noi e ai nostri figli e nipoti, nati e cresciuti qui da famiglie italiane da secoli, la possibilità di confrontarci, mescolarci, magari riscoprire a nostra volta il valore della cittadinanza italiana e, perché no anche di migliorare la nostra “questione demografica”.

Ah, dimenticavo ! ..da anni si parla di questo , non si tratta della notiziona estiva del 2017!

Città, Impresa, Cultura. Per un laboratorio del Contemporaneo al Giardino Salvi

Intervengono:

Chiara Casarin – Direttrice dei Musei Civici di Bassano del Grappa
Mauro Marchi – Amministratore delegato di Palladio Spa
Silvio Lacasella – Pittore e incisore
Introduce: Otello Dalla Rosa – Presidente di vinova
Coordina: Antonio di Lorenzo – Giornalista

Vicenza ha vissuto la stagione delle grandi mostre, del recupero dei suoi grandi gioielli – basilica palladiana, Palazzo Chiericati – che hanno visto restauri lunghi, complessi e giunti oramai alla fine. Abbiamo visto molti “spettatori” attraversare Vicenza, visitare i nostri palazzi e ripartire. Possiamo immaginare qualcosa di più, qualcosa che coinvolga le energie degli artisti della nostra città e contemporaneamente colleghi Vicenza all’Europa, in uno scambio continuo e proficuo di esperienze? L’arte contemporanea e l’artigianato artistico possono rianimare gli spazi costruiti ed i giardini della “vecchia” fiera di Vicenza, restituire alla città un luogo oggi anonimo e per certi aspetti decadente contribuendo così ad una efficace ricucitura urbana. Ma dobbiamo riflettere su cosa significa passare dalla fruizione della cultura alla produzione di cultura. E’ il mondo del contemporaneo.

Data: 17 marzo 2017
Ore: 18.30
Luogo: Sede di Vinova – Viale Verdi 50 Vicenza
Per Info:  346 781 9698

L’autonomia che farà ripartire il Veneto e l’Europa

Il manifesto di Vinova per l’autonomia e l’appello ai leader federalisti di tutti gli schieramenti.

L’autonomia politica risponde oggi al bisogno di autogoverno responsabile di una comunità di fronte alle sfide sociali, ambientali e tecnologiche di un mondo sempre più aperto e interdipendente.
Di fronte a queste sfide, le risposte che l’Italia può dare sono diverse. Può assecondare la globalizzazione così com’è, confidando nelle virtù auto-regolative del mercato e aspettando che qualche accordo internazionale fra Stati possa aggiustare squilibri creati da fenomeni fuori dal controllo di un singolo paese. Tuttavia, la crisi finanziaria di cui ancora non ci siamo liberati, assieme a numerose altre contraddizioni economiche, sociali e ambientali, rappresentano un pesante monito su questa visione ottimistica del mercato globale.

Una seconda risposta potrebbe allora essere rinchiudersi all’interno dei propri confini nazionali, illudendosi che mettendo qualche dazio e tornando a una presunta sovranità monetaria si possa tornare ai fasti del passato, quando l’economia veniva drogata da spese a debito e da manovre sui cambi. Anche questa risposta è tuttavia di corto respiro, in quanto rifiuta di vedere l’irreversibilità dei processi politici, economici e culturali della globalizzazione, la rinuncia ai quali comporterebbe un arretramento non solo delle condizioni di benessere, ma anche di pace e sicurezza.

La terza risposta guarda all’Europa quale spazio politico e culturale, oltre che economico, nel quale sono riconosciuti i valori della pace, della libertà e della centralità della persona, e dove le istituzioni sono impegnate a promuove lo sviluppo di comunità sostenibili e sicure all’interno di un sistema di interdipendenze globali. Un’Europa più forte, più democratica e più federalista è l’unica risposta che riteniamo in grado di assicurare agli italiani un futuro di pace e prosperità. Il problema è semmai come costruire un’Europa più federalista e democratica, che non sia la replica amplificata dei vecchi statalismi, come sta diventando la burocrazia di Bruxelles, né un accordo al ribasso fra i vecchi nazionalismi, dove in realtà ci siamo arenati a causa del prevalere del modello inter-governativo. L’Unione federale cui pensiamo è un’istituzione a servizio dei cittadini e delle comunità, capace di fornire una difesa comune, una politica estera forte, una moneta credibile, e capace di garantire un insieme di diritti politici e sociali condivisi. L’Unione federale comporta, perciò, un ridimensionamento degli Stati nazionali, ma richiede tuttavia alle comunità locali – città, regioni, sistemi metropolitani – la capacità di costruire istituzioni più forti, efficienti e responsabili.

L’autonomia cui pensiamo per il Veneto e le altre regioni italiane si muove in questa prospettiva. Perciò, preferiamo definirla autonomia responsabile e solidale. Non quindi una rivendicazione egoista e strumentale per dividere gli italiani, bensì un progetto politico, per unire su basi più forti e credibili l’Italia e l’Europa, di cui abbiamo bisogno. Un bisogno che di fronte alle sfide geopolitiche globali – come l’inarrestabile crescita economica dell’Asia, le pressioni migratorie dell’Africa, la minacciosa aggressività della Russia, il disimpegno americano sulla sicurezza europea – soltanto una visione miope e irresponsabile non riesce a cogliere.

Pochi cittadini veneti sarebbero disponibili a trasferire allo Stato nazionale funzioni importanti come la sanità o i servizi sociali che hanno mostrato di essere ben governati a livello regionale. Molti veneti ritengono che anche altre funzioni importanti – come la scuola, la ricerca, le politiche per il lavoro, il sostegno all’innovazione – sarebbero meglio gestite a livello regionale. La stragrande maggioranza dei veneti ritiene che il federalismo fiscale sia la soluzione migliore per far rispettare a cittadini e imprese l’impegno a pagare le imposte in base alle proprie disponibilità economiche e, allo stesso tempo, per attribuire in modo chiaro ai diversi livelli istituzionali le rispettive responsabilità nell’erogare i servizi. La maggioranza dei cittadini ritiene del resto che un sentiero di crescita per il Veneto e tutto il paese dipenda soprattutto dalla qualità delle istituzioni locali e dalla capacità di costruire patti federativi con gli altri territori dell’Italia e dell’Europa.

La richiesta dei Veneti  di autogoverno non equivale dunque alla chiusura egoistica, quanto semmai alla volontà di rispondere direttamente delle risorse di cui disponiamo, con l’obiettivo di gestirle in modo più efficiente e sostenibile, come dimostra una storia secolare di regole e tradizioni culturali che rappresentano importanti fattori di integrazione sociale.

Per questa ragione ha poco senso aprire una discussione tra favorevoli e contrari all’autonomia. Siamo tutti o quasi per l’autonomia delle istituzioni locali e contro uno schema centralistico che deresponsabilizza gli amministratori locali e allontana le soluzioni dalla realtà dei problemi concretamente vissuti. Siamo dunque tutti federalisti e a favore di un sistema istituzionale in cui sia chiara la responsabilità delle decisioni e di chi deve dare conto dell’impiego delle risorse comuni. Proprio per questo non possiamo limitarci a chiamare strumentalmente i veneti a esprimersi su ciò che è ovvio, ma dobbiamo semmai essere in grado di proporre al resto del paese un sistema di sussidiarietà più efficace di quelli finora attuati.

Noi siamo a favore di un sistema basato su una moneta stabile che incentiva la crescita della produttività, perché non vogliamo neppure immaginare un ritorno alle svalutazioni competitive che nascondono le inefficienze politiche, alimentano l’inflazione e riducono il potere di acquisto dei consumatori. Siamo perciò per un sistema capace di costruire la propria competitività su una rete integrata di infrastrutture e servizi pubblici efficienti; su un insieme di distretti e città vivaci e intelligenti; su territori vivibili, ben connessi e attrattivi in un contesto integrato di sistema-paese. Riteniamo perciò fondamentale debba aumentare l’autonomia e la pari dignità tra le regioni per organizzare territori più competitivi. Questo processo avrebbe ripercussioni politiche importanti, in particolare il rilancio di un’Europa delle autonomie, delle città e delle aree metropolitane capaci di innescare un riformismo pragmatico, contro le burocrazie statali e i populismi nazionali.

L’autonomia responsabile e solidale che noi vogliamo costituisce, in realtà, il principale ostacolo contro le derive indipendentiste e secessioniste. La solidarietà fa parte del patrimonio culturale dei Veneti. Lo dimostra la diffusa partecipazione alle associazioni di volontariato e la disponibilità a mettersi subito al servizio dei territori colpiti da emergenze e disastri naturali. Tuttavia non siamo più disponibili a farci carico di un sistema di distribuzione delle risorse fiscali che penalizza le regioni virtuose e che, ritardando continuamente l’adozione regolare del principio dei costi standard, favorisce le inefficienze e alimenta circuiti perversi di assistenza pubblica.

Un’autonomia responsabile porterebbe a rivedere i rapporti con lo stato centrale su diverse materie: dall’istruzione scolastica e universitaria al sostegno alla ricerca e all’innovazione, dalla tutela dei beni culturali alle politiche regionali per l’ambiente, dalle infrastrutture al governo del territorio, fino alla previdenza complementare e alle politiche attive del lavoro, senza escludere la possibilità di istituire un reddito minimo di inclusione, da sottoporre a vincoli stringenti e a un rigoroso controllo sociale ed economico introducendo l’obbligo del pareggio di bilancio.

Secondo stime Unioncamere, il federalismo fiscale porterebbe maggiori risorse al Veneto per 3,8 mld di Euro, di cui 800 mln per spese di investimento. Ciò avrebbe un effetto sulla crescita del PIL di circa il 2,7%, con significative ricadute su lavoro e occupazione, anche giovanile, verso cui dovrebbero essere indirizzate le maggiori risorse a partire dalle politiche scolastiche e di alternanza scuola-lavoro.

Il riequilibrio delle risorse finanziarie non andrebbe affatto a danneggiare le regioni meno sviluppate. In realtà, lo squilibrio attuale nella ripartizione delle risorse non avvantaggia tanto le regioni e le comunità in difficoltà economica, bensì i centri di intermediazione che, a Roma come sui territori, usano in modo inefficiente le risorse da loro non prodotte. E’ proprio questo meccanismo inefficiente e perverso la principale fonte di divisione dell’Italia. Paesi con assetti federali forti, come Germania o Svizzera, sono molto più uniti dell’Italia, oltre ad essere più ricchi. Dobbiamo infatti osservare che i paesi federalisti non soffrono le divisioni che invece contraddistinguono sempre più spesso i regimi centralisti. Del resto, nessuna unione può reggere a lungo se non su una base chiara di impegni reciproci.

Come abbiamo già precisato, l’autonomia da costruire per il Veneto dovrebbe portare da un lato a gestire in modo più efficiente e responsabile funzioni proprie delle comunità locali, ma, dall’altro, a definire patti federativi fra regioni per finanziare in base ai principi di solidarietà e sussidiarietà funzioni non locali, quali difesa, sicurezza, politica estera ed energetica, oltre alla tutela di un insieme di diritti politici e sociali comuni. I movimenti secessionisti non sono interessati a questo secondo fronte, preferendo giocare solo sulla rivendicazione strumentale delle risorse finanziarie. Tuttavia, come dimostrano le esperienze dei paesi federalisti – così come, in Italia, le realtà del Trentino e dell’Alto Adige – una vera autonomia contribuisce a sviluppare società aperte e inclusive, inaridendo le rivendicazioni dei partiti secessionisti e populisti.

Ci interessa inoltre mettere in campo un secondo ordine di problemi che deriva dalla scelta federalista: quali riforme amministrative dobbiamo realizzare affinché la nostra stessa regione possa ottenere i maggiori vantaggi possibili dall’autonomia?

Un’autonomia responsabile non può infatti che portare ad un impiego più efficiente della risorsa istituzionale sul territorio, a partire dal superamento della frammentazione amministrativa che, diversamente da quanto avvenuto nei paesi europei a regime federalista, non è stata ancora seriamente affrontata in Veneto. i cui confini sono il portato di un disegno maturato ancora in epoca napoleonica, frutto, perciò, non delle istanze di autogoverno locale, bensì della volontà di controllo militare sui territori vinti. In questo senso noi siamo innanzitutto contrari alla logica delle attuali province, i cui confini sono il portato di una scelta storica sorpassata, frutto non delle istanze di autogoverno locale, bensì della volontà di controllo militare sul territorio. Siamo invece convinti che il massimo dei benefici possa derivare dalla costruzione di uno spazio metropolitano nel Veneto Centrale, imperniato sulle città di Vicenza, Padova, Treviso e Mestre. Proponiamo inoltre l’accorpamento delle Camere di Commercio non tanto allo scopo di risparmiare risorse, quanto per dare al Veneto Centrale una governance adeguata al suo status di spazio metropolitano europeo, che ha bisogno di servizi e infrastrutture moderne per essere attrattivo nei confronti del capitale umano e tecnologico più qualificato. Contemporaneamente riteniamo che tutta l’area Pedemontana, che oggi si caratterizza come un distretto manifatturiero di valore mondiale, debba avere anch’essa adeguati strumenti di governance in grado di valorizzarne le eccellenze. Tutta l’area del Veneto Centrale dovrà infine essere collegata attraverso una rete di trasporto metropolitano adeguata alle dimensioni di una città-regione di livello europeo, fornendo ai cittadini e alle imprese servizi ad alta connettività con i principali poli regionali e con i nodi aeroportuali e dell’alta velocità. L’autonomia veneta deve fare da apripista ad un necessario riasetto nazionale dei rapporti tra lo stato e tutte le regioni italiane, superando il concetto di “autonomia speciale”.

L’autonomia responsabile e solidale del Veneto che immaginiamo potrà così far crescere l’economia, creando nuove opportunità di sviluppo e lavoro soprattutto per i giovani. Per tale motivo l’Associazione sostiene il sì al referendum veneto sull’autonomia, ritenendo che la libera espressione dei cittadini possa rilanciare le istanze federaliste in Italia. Per lo stesso motivo, tuttavia, facciamo un appello ai leader “federalisti” di tutti gli schieramenti affinché aprano una nuova fase costituente della politica in Veneto, costruendo alleanze anche con altre regioni interessate alla riforma democratica delle istituzioni nazionali ed europee.

Vicenza, marzo 2017

Dalla chiusura… alla speranza educativa

di Chiara Pavan

Qualche giorno fa Chiara_4compariva sui quotidiani la notizia che le future classi prime, sia della scuola primaria che secondaria di primo grado, si stanno svuotando o, peggio ancora, in alcuni territori non partiranno.

Sconcerto, proteste, interrogativi e commenti da parte di tanti, ma di certo nessuna sorpresa per gli insegnanti, che vivono da sempre sul campo (e in anticipo!) molti dei segnali di cambiamento della società e che di tutto stanno facendo per resistere ed attuare nuovi percorsi dove tutti gli alunni abbiano pari dignità ed opportunità.
Che nascano pochissimi bambini e che un figlio sia ormai una chimera o un’impresa titanica è ormai un dato certo; che diverse famiglie immigrate ma anche vicentine abbiano preferito espatriare è evidente; che le classi che resistono nelle nostre scuole dell’obbligo siano comunque quelle “multicolori” è ormai certezza da almeno un decennio, come pure è noto che si stanno rafforzando anche modelli di scuola diversi da quella pubblica, da cui alcuni fuggono ma a cui, in Italia e nella nostra città, va ampiamente riconosciuto il pregio e lo sforzo di accogliere tutti!
Che fare dunque, per non giungere ad accorgersi e preoccuparsi del presidio scolastico solo quando si avvicina il triste momento della sua inevitabile chiusura?
Innanzitutto attuare davvero buone politiche lungimiranti, che favoriscano il lavoro,  poiché la genitorialità necessita di sicurezze anche economiche, e che sappiano creare nel territorio vere reti educative, di affiancamento alle famiglie che oggi non possono contare su ampi tessuti parentali o su redditi rassicuranti, promuovendo vero dialogo e collaborazione tra vicinato, scuole, parrocchie, mondo sportivo, enti ed associazioni, responsabilizzando tutti all’accoglienza, all’attenzione e alla vera educazione dei più piccoli.
Alcuni passi sono stati certamente  fatti, ma a mio parere occorre oltre che un buon investimento economico anche un grande investimento culturale ed ideale, affinché i bambini non divengano esemplari rari, da delineare già da subito come “piccoli uomini” e “piccole donne”, ma insostituibili e originali protagonisti del domani.

Le nostre nuove variegate famiglie siano seguite e responsabilizzate, per poter diventare così realtà  attive da coinvolgere,  su cui puntare e con cui condividere buone politiche, mirate a far ritrovare fiducia a tutti i livelli.
Nel domani occorre crederci insieme, con convinzione  e senza nostalgie e solo garantendo il lavoro, la casa, la scuola, l’attenzione alla salute e maturando fondamentali valori condivisi come il dialogo e la reciprocità potremo pensare ad una Vicenza più giovane, vivace, capace di accogliere e di rinnovarsi.
Una Vicenza in cui le strade e i giardini si riempiano, non solo poche volte all’anno, di voci di nonni e di giovani che si ritrovano in mezzo alle nostre bellezze a parlare guardandosi in faccia, e anche di… giochi!

Le classi che chiudono giustamente ci rattristano e preoccupano,  ma voglio sperare che siano anche un’occasione per riflettere, per ripensare spazi e soprattutto siano uno sprone per guardare tutti con più attenzione ai problemi del quotidiano, alla crisi demografica e alle sue ripercussioni.
Se ci diamo da fare insieme in un’ottica di condivisione, ricerca di percorsi innovativi e di equità, potremo probabilmente credere con maggior speranza e coraggio nel futuro.

Il Parco della Pace. Sfida di comunità

di Isabella Sala

isaIl Parco della Pace è certamente una delle grandi opere di cui la città di Vicenza si doterà in un futuro prossimo. Avrà una fisionomia, un “hardware” di base, ma la sua vastità – pari a 6/7 volte i parchi cui siamo abituati come parco Querini e Campo Marzo – e le risorse pur ingenti attualmente stanziate per la realizzazione ci dicono che il futuro del parco, la parte “software”, non solo quella gestionale ma la qualità di vita che il parco porterà a chi lo frequenterà, dipenderanno da ognuno di noi e dalle scelte che verranno fatte per fare vivere questo nuovo spazio urbano. Certamente ci porterà, in una pianura padana ormai unanimamente riconosciuta come uno dei luoghi più inquinati dell’intero pianeta, ad aumentare la soglia di verde, e quindi di trasformazione di anidride carbonica in ossigeno, anche in relazione alla quantità di piante che vi troveranno dimora.

Ma come aiuterà la vita feriale e festiva delle persone, e se diventerà un peso o una risorsa dal punto di vista economico e gestionale per una città, dipenderà dal coinvolgimento di diversi attori. Più un parco è sentito come un attivatore di comunità, come una opera grande che nasce contemporaneamente “dal basso e dall’alto”, più esprime al meglio le proprie potenzialità.

Nelle scorse settimane nelle pagine locali della stampa si è parlato di un piccolo parco di un comune della provincia in cui un gruppo di giovani, senza oneri per l’amministrazione, ha preso in mano quello spazio verde decidendo di farlo diventare un luogo di feste, di iniziative culturali etc. Un bene comune di cui si è scelto di prendersi cura. Negli stessi giorni si leggeva del brolo di un centro importante della provincia che un imprenditore sceglie di curare, anche con investimenti, e si rifà come esempio a una iniziativa delle ultime estati lungo il Brenta, dove, riprendendo vecchie abitudini quali le anguriare estive, in via di estinzione, ritrova la via sempre attuale e sempre più necessaria di creare luoghi di incontro, di socialità positiva, di “ben stare” che arginino il senso di ansia, e le fatiche quotidiane, del presente.
Le iniziative non sono in contraddizione, così come non è in contraddizione la presenza importante, di regia ma anche economica, che l’amministrazione pubblica può e deve avere in realtà grandi per dimensione e genesi quali il Parco della Pace. L’importante è che ognuno senta “suo” quel luogo, a modo suo, e possa non solo utilizzarlo ma aiutare a dargli forma e assicurargli così la vita presente e il futuro.
Camminando con gli amici della Casa per la Pace da Perugia ad Assisi, nella marcia per la pace, ci troviamo a calpestare quella via finale, che da Santa Maria degli Angeli porta alla Basilica di San Francesco, e lì ogni mattonella calpestata porta il nome di una persona di varie parti del mondo. Ecco, metaforicamente e anche concretamente, sarebbe bello se ogni metro quadrato del Parco, ogni albero fosse sentito come appartenente a qualcuno che l’ha voluto e si impegna a farlo vivere. Il Parco è frutto di una lotta di contrasto a un insediamento militare in quel luogo, e quella lotta non è stata di soli vicentini, così come quel parco non vivrà se i frequentatori saranno i soli abitanti di Vicenza città. Ci raccontava di recente una paesaggista vicentina di quando, dovendo realizzare in modo partecipato un giardino curativo, terminati i lavori col finanziamento mancavano proprio, per assurdo, i fondi per il “verde”, per acquistare alberi e fiori. Un punto critico è diventato così una opportunità perché, col fund raising insieme a un vivaista “sponsor”, i cittadini hanno acquistato piante, sentito il progetto più loro, creato occasioni uniche come la piantumazione di un albero di un gruppo di amiche per ricordare una loro amica scomparsa, loro che non avevano a Milano un luogo in cui dare vita a questo pensiero collettivo.

Esistono forme giuridiche per fare ciò, per tenere insieme l’alto e il basso, le istituzioni e i privati, la voglia di partecipazione e la necessità di gestione. Una di queste è un istituto dottrinale, la fondazione di partecipazione, ma altre ce ne possono essere e tutte vanno analizzate. La fondazione di partecipazione, per rimanere nell’esempio, nasce per la gestione di progetti volti al raggiungimento di scopi di pubblica utilità proprio per mettere insieme pubblico e privato nella realizzazione di progetti condivisi.

L’istituto si inserisce nella più vasta categoria delle fondazioni classiche, disciplinate dal Codice Civile, ma presenta alcune particolarità, dovute al fatto di coniugare l’aspetto personale, proprio dell’associazione, con quello patrimoniale, tipico delle fondazioni. 
La fondazione di partecipazione nasce generalmente quale espressione della volontà non di un solo soggetto ma di vari attori che condividono un progetto e perseguono un medesimo scopo immutabile. Il conferimento di beni al momento della costituzione da parte dei fondatori, a differenza della fondazione tradizionale, non interrompe il rapporto fra i fondatori e l’ente ma, al contrario, i fondatori continuano a esercitare un controllo sulle sue attività, partecipando attivamente alla gestione del nuovo ente, all’elaborazione delle strategie operative, alla composizione degli organi.

La fondazione di partecipazione si caratterizza poi come una struttura aperta in cui, all’iniziale atto di liberalità con cui i fondatori dotano il nuovo ente, possono aggiungersi ulteriori conferimenti da parte di soggetti pubblici o privati che condividono gli scopi della fondazione stessa. Persegue finalità di interesse generale e comunque di utilità sociale e si caratterizza per l’assenza di scopo di lucro; ciò comporta il divieto di distribuzione di utili o rendite a favore dei soggetti partecipanti. Il patrimonio o fondo patrimoniale è il fondo di dotazione intangibile, composto dai conferimenti in denaro, beni mobili, beni immobili o altre utilità, effettuati dai fondatori o dai partecipanti o da soggetti terzi. Il fondo di gestione, la “cassa” della fondazione è composto dalle rendite e proventi derivanti dal fondo patrimoniale e dalle attività della fondazione, dal contributo annuo dei fondatori promotori, dei nuovi fondatori e partecipanti, da eventuali donazioni, lasciti o disposizioni testamentarie che non siamo espressamente destinate al fondo patrimoniale, da erogazioni riconosciute dallo Stato e da altri Enti espressamente destinate al fondo di gestione, dai contributi in qualunque forma destinati espressamente agli scopi della fondazione e da proventi derivanti dalle attività della fondazione. E’ molto importante a mio parere il ruolo dei soci sostenitori, che scelgono di sostenere la fondazione di partecipazione attraverso contribuzioni di carattere non finanziario come, per esempio, la prestazione di lavoro volontario o altre attività di rilievo particolare come le prestazioni di natura professionale di particolare rilevanza.

L’esempio serve per dire che esistono modelli e strumenti per mettere insieme le risorse economiche, finanziarie, organizzative, umane, per un territorio così come per altri progetti sociali, sanitari, culturali. Il Parco della Pace sarà occasione necessaria per mettere alla prova l’esistenza, e la vastità di una comunità – di orizzonte ben più esteso di quello della sola città – che crede nel valore dell’ambiente, della socialità, della salute e della cultura in senso lato e pieno.