Autonomia sì, ma ci interessa il futuro

Fondazione Festari cartina venetodi Otello Dalla Rosa

Non si può immaginare il futuro di Vicenza senza chiedersi quale sarà il suo ruolo nel Veneto. Quali sono le istanze, gli interessi e le politiche da portare avanti per la nostra Regione in Italia ed in Europa? Un obiettivo ci sta a cuore. Quello di diventare una Regione rappresentativa e adeguata all’importanza del nostro territorio, oggi tragicamente sotto-rappresentato sia a Roma che a Bruxelles.

Nel dicembre scorso, dopo la sconfitta del referendum sulle riforme costituzionali, l’opportunità era evidente: per rimettere in discussione gli assetti dello stato centralista si doveva passare attraverso la negoziazione per una maggiore autonomia della Regione. Zaia ha colto l’attimo. Ha proposto un quesito “minimo” capace di superare il vaglio di costituzionalità. Il tutto costruito su una campagna ideologica centrata su un’idea di autonomia in salsa “altoatesina”. Accantoniamo la questione sulla legittimità. La Corte Costituzionale ha già dichiarato che si può fare. Il referendum ci sarà e costituirà un atto di consultazione democratica dei cittadini veneti. Una riflessione andrebbe aperta invece sull’uso strumental-plebiscitario e quindi funzionale al marketing elettorale del Governatore. Ma soprattutto discutiamo del post-referendum e di tutto ciò che ci servirà per costruire insieme il Veneto che vogliamo.

Anche il Partito Democratico, dopo una discussione non proprio tranquilla, ha confermato il referendum sull’autonomia. Il 22 ottobre una parte rilevante del centrosinistra voterà sì. Non è una scelta semplice. Ma sostenere il referendum non significa supportare Zaia né tantomeno la sua idea di autonomia. Scegliamo il sì per costruire insieme un modello dove autonomia fa rima con responsabilità e solidarietà. Esattamente il contrario delle parole d’ordine dei sostenitori della Lega, inclini a un secessionismo delle piccole patrie.

L’autonomia risponde oggi a un bisogno primario. Vale a dire un autogoverno responsabile di una comunità di fronte a sfide sociali, ambientali e tecnologiche in un mondo sempre più aperto e interdipendente. Trame complesse su cui si gioca il futuro dell’economia della nostra Regione. E l’autonomia è la risposta concreta ad un’Europa come spazio politico e culturale, oltre che economico. Un’Europa dove sono riconosciuti i valori di pace, libertà e centralità della persona. Un’Europa in cui le istituzioni si impegnano a promuovere lo sviluppo di comunità sostenibili all’interno di un sistema di interdipendenze globali. Non c’è posto per burocrazie nazionali. Un governo condiviso infatti sarebbe l’unico attore principale di quest’Europa.

L’Unione federale a cui noi puntiamo comporta un ridimensionamento degli Stati nazionali e richiede alle comunità locali – città, regioni, sistemi metropolitani – istituzioni più forti, efficienti e responsabili. Ci piace parlare di autonomia responsabile e solidale, per segnare ancor di più la distanza con le rivendicazioni egoiste e strumentali che dividono gli italiani. La prospettiva è quella di un nuovo progetto politico che consente di unire su basi più solide e credibili l’Italia e l’Europa. E, ripeto, si tratta di un bisogno prioritario.

Sorvoliamo la strumentalizzazione messa in atto dalla giunta Zaia che passa con disinvoltura da ciò che la Costituzione consente fino ad arrivare a posizioni tipicamente leghiste di uscita dall’Europa, no Euro, “lingua veneta”… La nostra discussione deve puntare ai contenuti di quest’opportunità! Quali sono le competenze da gestire a livello locale? Il PD ne indica alcune importanti. Le politiche della formazione e del lavoro, le politiche sociali, la tutela dell’ambiente e lo sviluppo sostenibile. Il tutto a parità di perimetro e quindi in equilibrio di bilancio, con il conseguente affidamento alla Regione delle risorse finanziarie necessarie per esercitare tali scopi.

Secondo le stime di Unioncamere, l’autonomia, sempre nell’ambito di quanto possibile a Costituzione vigente, porterebbe maggiori risorse al Veneto. Parliamo di 3,8 miliardi di euro, di cui 800 milioni di euro per spese di investimento. La crescita del PIL sarebbe di circa il 2,7%. Un cambio di rotta sostanziale che provocherà significative ricadute su lavoro e occupazione giovanile, mete verso cui dovrebbero essere indirizzate maggiori risorse. A cominciare dalle politiche scolastiche e di alternanza scuola-lavoro.

Non ci interessa far appello ai veneti per esprimersi su ciò che è già ovvio. La questione autonomia dev’essere “isolata” da politiche elettorali. Discutiamo del progetto post-referendum. Ci interessa il futuro. Per vincere la sfida dobbiamo essere in grado di proporre al resto del Paese un sistema di sussidiarietà più efficace di quello finora attuato.

Anche quattro sindaci veneti di città capoluogo si sono espressi a favore del referendum sull’autonomia, pur con accenti diversi. Qualcuno addirittura per riassegnare funzioni e ruoli a province oramai svuotate. Se è accettabile vedere alcuni elementi di regolazione come gli ATO (Ambiti territoriali ottimali per il servizio di gestione) di acqua e rifiuti avere dimensioni che si avvicinano a quelle provinciali, è una scelta sbagliata l’idea di riesumare le vecchie province. Oggi, infatti, la provincia è un ente ibrido, di secondo livello, senza autonomia e soprattutto molto lontana dalla dimensione per attuare un governo della Regione.

Come indica la ricerca compiuta dalla Fondazione Palazzo Festari a fine 2016, il territorio del Veneto Centrale, “visto dal satellite”, assume i contorni tipici di uno spazio metropolitano. Vediamone la cartina geografica.
Abbiamo le quattro ex-province di Vicenza, Padova, Treviso e Mestre-Venezia con 3.5 milioni di abitanti, 380.000 aziende e 1.1 milioni di occupati. Il cuore di quest’area costituisce la città metropolitana (diffusa) del Nordest, anche se i confini amministrativi legati alla logica provinciale ci impediscono di riconoscerne i contorni, non solo geografici, ma anche socio-economici. In quest’area mancano strumenti di governo integrato. Abbiamo bisogno di una governance adeguata allo status di spazio metropolitano europeo, dotato di servizi e infrastrutture moderne, attrattivo nei confronti del capitale umano e tecnologico più qualificato. Per vedere i giovani arrivare e non soltanto partire. A questa area metropolitana corrisponde una fascia pedemontana che oggi si caratterizza come distretto manifatturiero di valore mondiale. I numeri parlano. Su 100 nuovi posti di lavoro nel biennio 2015-2016 ben 56 sono in manifattura e si concentrano nella fascia pedemontana, mentre solo 8.2 sono quelli in manifattura nell’area metropolitana centrale. In quest’ultima si sviluppano invece servizi, terziario avanzato, attività collegate al supporto dello sviluppo del manifatturiero. Considerato quindi 100 il numero dei nuovi posti, circa il 70% dei posti di lavoro nel manifatturiero si concentra nell’area pedemontana. Anche qui, sono necessari adeguati strumenti di governo in grado di valorizzare le eccellenze senza trascurare la specificità legata alla montagna (Belluno) e a due realtà separate ma non trascurabili come il Polo veronese e Rovigo.

Un obiettivo possibile? Sicuramente no fino a quando il nostro orizzonte sarà ridare fiato alle province. Realistico, fattibile, colmo di opportunità di lavoro, di sviluppo e di attrattività se abbandoniamo la ripartizione napoleonica e procediamo decisi sulla fusione dei comuni, con adeguati strumenti di governo per il nuovo Veneto, metropolitano e manifatturiero.

L’autonomia responsabile e solidale del Veneto che noi immaginiamo dovrà far crescere l’economia, creare nuove opportunità di sviluppo e di lavoro soprattutto per i giovani.
ViNòva lavora a un progetto per Vicenza, in un contesto di autonomia regionale, moderna ed efficiente. E guardando all’Europa.